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(Foto di copertina di Richard Avedon)

Mi capita che quando qualcuno mi vuole fare un complimento per un ritratto particolarmente ben riuscito mi dica che sono riuscita a catturare l’anima della persona ritratta.

Se fosse così dovrei possedere una collezione di anime. Mentre, che io mi ricordi, solo un faustiano sfattone ai Murazzi, in cerca di soldi per bucarsi, mi aveva proposto di acquistare la sua anima. Poi di fronte al classico “scusa, ma non ho moneta” mi ha detto: “vabbè, sei carina, tienila lo stesso”.
Quindi di anima mi risulta di averne catturata solo una e probabilmente in pessimo stato.

Il Ritratto semplice

Lo so, questo del “catturare l’anima” è un luogo comune per la fotografia d’autore, uno queste cose le dice senza neanche pensarci.
In fondo quel che credo vogliano dire è che hai rappresentato la persona come loro la ricordano e la riconoscono. In qualche modo “vera”, insomma, una buona copia della realtà.

A pensarci bene non è poi un gran complimento per il fotografo, a meno che non lavori per l’ F.B.I.
Se infatti ritrarre una persona significasse coglierne l’anima o “la vera essenza”, a meno di eclatanti casi di personalità multipla, uno dovrebbe venire uguale più o meno in tutte le foto fattegli da qualcuno che sa fare il suo mestiere. Tutti avrebbero ugual successo nella cattura, restituendo al mondo più o meno la stessa immagine.

In alcuni casi è così: se guardate le foto di una persona famosa vi renderete effettivamente conto che sono tutte molto simili. Questo perché, per la maggior parte, sono a scopo illustrativo a corredo di un articolo e sono state fatte al volo da un fotografo, se non dal giornalista stesso. La persona che, essendo abituata ad essere fotografata, si è messa in posa esibendo una delle sue due o tre pose standard in cui ormai sa di venire bene.
E le stesse pose le proporrebbe anche ad un aspirante ritrattista, con risultati analoghi.

La fotografia d’autore

Al contrario, se il fotografo non è solo un tecnico ma anche un autore, normalmente le sue foto sono riconoscibili per un suo stile personale, qualunque sia il tema, dal paesaggio al reportage, alla moda, al ritratto. Pertanto due ritratti d’autore della stessa persona devono per forza differire ed essere inequivocabilmente attribuibili ai due fotografi.

Questo perché alla fin fine un ritratto è un’affare tra due persone: chi fotografa e chi viene fotografato.

Non è un cogliere o un catturare, è un incontro, durante il quale bisogna capirsi e anche un po’ concedersi vicendevolmente. Se non ci si piace, se non ci si è simpatici, se non c’è voglia condivisa di dedicarsi del tempo, verrà una foto, magari anche bella, ma non un ritratto. La fotografia d’autore ha bisogno dei suoi tempi e di qualche concessione.

Come esempio per quello che sto dicendo, ho inserito quattro ritratti di Marilyn Monroe. Quello di copertina non poteva che averlo fatto Avedon, il secondo Halsman, il terzo Weegee (non ci credete? Cercate altre foto degli stessi autori) e l’ultimo è di Bernard Stern, di cui consiglio di cercare “The last sitting”. Si tratta dell’ultimo servizio fotografico di Marilyn prima della sua tragica morte. Per realizzare il servizio, lei e Stern sono stati più di dodici ore nella suite di un hotel convertita in studio fotografico, bevendo un numero spropositato di bottiglie di Dom Perignon (ho trovato una fonte che dice un cassa, ma io ricordavo di più).

Il metodo secondo me è eccellente, come il risultato, ma non sempre applicabile. Un po’ per convenzioni sociali, un po’ perché non è sempre Marilyn Monroe quello che ti tocca fotografare.

Rimanendo quindi nell’ambito della professionalità e del contegno consoni ai costumi della nostra società, io un caffè e una chiacchierata con chi ritraggo non me li faccio mai mancare e consiglio di farlo a chiunque si voglia avventurare nell’ardua impresa di un ritratto.

Semplicemente perché non è possibile parlare di ciò che non si conosce. In generale, così come nella fotografia d’autore. Che si tratti di una persona, di un oggetto, di un luogo.

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